venerdì 25 luglio 2014

Libertà d'urlare


Sebbene tu sia annodato ad una corda, l’arrampicata, in tutte le sue forme, è pura libertà

Ognuno si senta libero, a fine articolo, di dire quale libertà gli suscita l’arrampicata, oppure se si sente vincolato dai rigidi schemi atletici e tempistici del nostro sport. 

Gioia e dolore

Un giorno sul treno lessi un articoletto in cui lo scrittore esprimeva la propria stanchezza nei confronti del mondo dell’arrampicata in generale, ammettendone però l’invincibile fascino, quasi come una sofferta ammissione di dipendenza. 
Ebbene non mi è piaciuto neanche un po’. Traspariva tra le righe, oltre al tentativo fallito di superiorità ( tipico di colui che crede di “vedere” più degli altri, brutto vizio degli “intellettuali non intellettuali”), anche una visione distorta di questo sport, così intenso e severo quanto dolce e unico
Lo scrittore è uno di quelli che non ha capito il perché valga la pena faticare.

Il bisogno d'emersione

Porta all'egoismo, all'odio, a voler uccidere il proprio nemico. Non a giocare con lui. 
E così l’incantesimo si rompe. Ucciso il tiro o il boulder ossessione, una grande scarica di adrenalina sazierà il suo es per un breve lasso di tempo finché, esaurita la scarica, già in macchina nel tragitto di ritorno, si ritrovera solo soletto a pensare:«E ora? Cosa è cambiato nella mia vita? Ora metto il tiro su 8a, così tutti vedranno...». E il circolo ricomincia, fino all’implosione:«Lo sai? Mi sa che me so’ rotto er cazzo de scala’...»

Senza competizione non c'è gioco

Ma il confine tra una sfida e una guerra è labile.
Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha provato invidia per qualcuno di più forte, sperando in gran segreto in una scivolata proprio sotto la catena o di arrivare per primi alla vetta. la competizione è ciò che alimenta uno sport, ciò che permette ad uno sport di superarsi.
Tuttavia, se i denti cominciano a digrignare inconsapevolmente, la schiena ad ingobbirsi, il taglio dell'occhio a calare, a sorridere sempre meno, ad avere mal di stomaco, a pensare alla settimana lavorativ, fate ciò che dice Gandalf: «Fuggite sciocchi!»

Smettere di scalare per un po’ o per sempre non è per forza una tragedia.

Il racconto di Tequila sunrise è solo un semplice spunto per varie riflessioni.
Vidi la via ormai più di tre estati fa per la prima volta e mi fece subito impressione per bellezza ed immediatezza. Mi avvicinai alla via come uno studentello si avvicina al professore più vecchio e temuto della facoltà.
Caddi nella trappola dei più forti e mi convinsero a farci un giro; dicevano che era perfetta per imparare a volare. 
«Ehm... sì perché no... Un attimo vado giusto giusto a fare una passeggiata e poi sono pronto...».

Non riuscii a scappare.

Per un bel po’ non misi più piede nei dintorni di Tequila, sebbene ogni tanto durante l’anno la mia mente sognava di scalarla, si auto convinceva di poterla liberare. Così l’estate del 2012, un anno dopo, decisi di farci una capatina. Avevo liberato durante l’anno alcune vie della stessa difficoltà, e quindi tentai l’impresa. Nel frattempo il buon Mattia l’aveva liberata. Quel giorno ci feci tre giri, e constatai quanto quel dannato pezzo di roccia mi metteva in soggezione, forse per la pendenza, forse per la roccia scura; fatto sta che scalai sempre come se stessi scalando la schiena di un gigante pronto a colpirmi con la propria clava o ad afferrarmi e stritolarmi nella sua morsa.

Fino all’altro giorno.



L’idea di provare nuovamente la via mi venne un tardo pomeriggio, eravamo appena saliti in auto per tornare a casa (ancora emozionato per la veloce libera di Supernatural, altro 8a alla Segheria) e guardando il panorama scorsi tra gli alberi la grotticella di Tequila, e le immagini degli anni passati invasero la mia mente, passando una dopo l’altra sotto i miei occhi. Un secondo che sembrava infinito; immediatamente decisi di voler tornare a provarla, carico e motivato come non mai.
Attesi una settimana. Una volta alla base della via ogni ricordo mi tornò vivo in mente e un fremito percorse la mia schiena, come un freddo serpente che ti scivola sulle membra. 

Ecco perché adoro questo sport

La roccia non risparmia a nessuno il duello; schiaffeggia chiunque senza problemi con il guanto di sfida. Sa colpirti proprio lì dove sei più debole: i ricordi invasero la mia mente e le emozioni presero il sopravvento. Troppa era l’emozione per mantenere la lucidità: scalavo con uno sguardo totalmente rivolto al passato, senza rendermi conto del fatto che oggi e ora quella stessa fatica non esisteva più!  
Scalavo provando verso quel pezzo di roccia una grande forma di rispetto e gratitudine: se questi cinque anni di arrampicata sono passati così velocemente, come un giorno di luce in pieno inverno, lo devo anche al battesimo del volo fatto su Tequila, confortevole, sicuro, perfetto. 
La giornata passò in un baleno, felice di questo ritrovamento, felicissimo di tornare, ancora, per un’ultimo storico duello.

Solo io e te baby

La prossima volta, l’ultima e definitiva, ti dimostrerò cosa ho imparato, cosa mi hai insegnato; senza alcuna pietà ti salirò e tu non potrai assolutamente farci nulla. Panta rhei cara mia.

E così fu. 

E devo ammettere che fu stranissimo. Ero molto agitato, come se avessi esorcizzato un demone dal mio petto. 
Il giorno prima per tutto il Lazio cadde un quantitativo d’acqua veramente esagerato, ma io non intendevo abbattermi.
Il giorno dopo tutto zuppo... Incredibile. 
Via dopo via, sempre più sconsolato, mi accingevo ad affrontare la dura realtà. Per rabbia, quasi per punizione forse, l’avrei provata comunque. 
Comincio a vedere da lontano la roccia di Tequila... Asciutta!

Libero ma dispiaciuto, c’eravamo tanto divertiti... 

Così è la vita, così va il mondo. Che senso ha la vita se non la continua ricerca della passione? Avevo un piccolo sogno, l’ho portato a termine e sono molto soddisfatto. 

Vorrei che tutto il mondo si muovesse in base ai sogni 

Utopie, infantilismi... lo so bene. Tuttavia se c’è una cosa che questo sport può veramente insegnare alla società è l’impegno nel realizzare un sogno, la determinazione e la costanza nell’affrontare le sfide della vita.
Invece più facilmente finisce per diventare un surrogato triste della stessa società, dove invidia, depressione e presunta impotenza motivano falsità (verso gli altri e verso se stessi), rabbia gratuita e velenoso spirito di rivalsa.
Inutile negare che vedere certe scene ed ascoltare certe riflessioni mi fanno passare la voglia di arrampicare, perché mi ricordano sempre che quel mondo incantato fatto di sport alternativo immerso nella natura esiste solo di facciata.
Bene, è ora di cambiare questa mentalità; e ancora una volta siamo noi giovani a doverla eliminare.